La voglia di bellezza? Ha 3000 anni di storia. Alla scoperta delle origini della chirurgia estetica

Il desiderio di apparire giovani e belli si perde nella notte dei tempi, e la chirurgia estetica ha alle spalle ben 3000 anni di storia. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Harper’s Bazaar, la prestigiosa rivista di moda internazionale, che ripercorre secoli — anzi, millenni — alla ricerca delle origini dei “ritocchini” oggi così diffusi nella nostra società.
Il termine chirurgia plastica deriva dal greco plastikos, che significa “stampo” o “dare forma a qualcosa”: le sue radici, in realtà, sembrano avere origine più curativa che estetica.
I segreti ancestrali e rudimentali della chirurgia estetica sarebbero stati tramandati in un antico testo medico egizio chiamato Edwin Smith Papyrus. Probabilmente concepito come manuale di chirurgia dei traumi, contiene diagnosi e osservazioni straordinariamente avanzate per l’epoca, fondamentali per comprendere come gli Egizi trattassero ferite e fratture. Il Papyrus descrive anche modalità per curare le ferite nasali, manipolando la struttura del naso e mantenendolo in sede tramite stecche di legno, tappi di lino e tamponi.
Secondo altri studiosi, tuttavia, le radici estetiche della chirurgia plastica sarebbero da ricercare in India. Come spiega Justin Yousef nel suo studio pubblicato sull’European Journal of Plastic Surgery, è proprio in India che compaiono i primi riferimenti storici a interventi di ricostruzione nasale. Nel VI secolo a.C., il medico indiano Sushruta — considerato il padre della chirurgia plastica — descrive nel Sushruta Samhita una tecnica sorprendentemente avanzata per creare lembi di pelle. Le motivazioni erano spesso estetiche, ma anche connesse alle punizioni dell’epoca: in India era infatti pratica comune amputare il naso agli adulteri, e questo favorì il perfezionamento della tecnica che prevedeva di ricostruire il naso utilizzando la pelle della fronte.
Anche nell’Antica Roma l’ideale estetico era centrale. I Romani veneravano il corpo perfetto e guardavano con sospetto deformità congenite o legate a traumi. In De Re Medicina (14-37 d.C.), Aulo Cornelio Celso descrive interventi per nascondere cicatrici sulla schiena, ridurre la ginecomastia, e riparare lesioni del lobo dell’orecchio e del naso mediante lembi cutanei. Per oltre 1700 anni il suo lavoro rimase la guida chirurgica più autorevole.
In Italia, nel XV secolo, furono le grandi famiglie di medici a tramandare quest’arte. In Sicilia, il dottor Branca reintrodusse la tecnica indiana di ricostruzione nasale, trasmettendo i segreti solo al proprio figlio. È emerso che i Branca utilizzavano il cosiddetto “metodo italiano”, poi adottato anche dai calabresi Boiardi, anch’essi dinastia di chirurghi, per riparare nasi, labbra e orecchie.
Il vero punto di svolta arrivò però nel XIX secolo con l’invenzione dell’anestesia, che trasformò radicalmente le pratiche chirurgiche. Le guerre tra fine Ottocento e inizio Novecento accelerarono ulteriormente il progresso: miglioramenti nei metodi anestetici, nell’uso dei sulfamidici, delle trasfusioni e della penicillina ridussero drasticamente mortalità e infezioni. Si imparò a utilizzare l’osso iliaco per ricostruire le ossa del volto e, nel 1895, il medico Czerny eseguì la prima mastoplastica utilizzando il tessuto della stessa paziente.
Da allora, un crescendo di innovazioni tecnologiche e scoperte scientifiche ha portato alla chirurgia estetica moderna, un campo in continua evoluzione e sempre più raffinato.
di Maria Serena Patriarca
